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Il festino è presieduto dal Caposala, anticamente chiamato “u mèste bàlle” (maestro di ballo), che è il padrone di casa o persona di sua fiducia il quale anima e coordina la serata decidendo i balli, regolamentando gli inviti al ballo, ospitando le mascherate e stabilendo quanti balli offrire alle mascherate stesse, ed è colui che ha il potere di allontanare dal festino chi non tiene un comportamento consono.
L’Addetto alla musica, anticamente chiamato “u motorìste” (il motorista), ha il compito di mettere le canzoni scelte dal caposala o richieste dalle mascherate.
È opportuno specificare che, prima dell’invenzione del grammofono, Il compito di animare musicalmente la serata era affidato ad orchestrine di musicisti formatesi per l’occasione.
All’ingresso del festino vi è il Portinaio, che ha il compito di regolamentare gli ingressi: oltre a verificare l’accesso dei soli invitati, ha il compito di interagire con i conduttori delle mascherate che arrivano e concedere l’ospitalità, in accordo col caposala, soltanto se il conduttore è persona conosciuta e gradita.
La disposizione delle sedute per gli invitati avviene perimetralmente separando i cavalieri dalle dame. La scelta di partecipare ad un determinato festino vincola dame e cavalieri a rispettare tale decisione fino al termine del carnevale e delle serate danzanti.
Nel corso degli ultimi decenni, ogni festino ha avuto un proprio nome che lo ha reso identitario e distinguibile dagli altri, un nome che poteva anche cambiare nell’edizione successiva a seconda della volontà degli organizzatori o del cambio di location. Il grottino, il pilastro, la scacchiera, il mambo, cocorito, cuore matto, solo per citarne alcuni. La preparazione dei festini parte alcuni mesi prima, con allestimenti che sono sempre coloratissimi e spesso collegati al nome. Un lungo lavoro dove i gruppi di organizzatori si sfidano in una sorta di competizione per creare l’ambientazione con l’atmosfera più sfavillante e memorabile.
Agli invitati è fatto obbligo di accettare le regole con relativa compostezza e garantire una partecipazione attiva con applausi scroscianti e rime, che non devono essere mai offensive o provocatorie. inoltre, se coinvolti, devono partecipare alle scenette teatrali improvvisate e ai giochi.
Gli invitati non possono assolutamente rifiutare il ballo a nessuno, pena l’esclusione dal festino.
Fino a qualche anno fa, su disposizione del caposala, i cavalieri vengono divisi in gruppi diversi contrassegnati da coccarde di diverso colore per un miglior ordine all’interno del festino, ma anche per far sì che cavalieri diversi possano invitare tutte le dame affinché nessuna rimanga senza ballare o balli sempre con la stessa persona.
La sera del martedì grasso c’è la rappresentazione della morte del Carnevale, un vero e proprio funerale con tanto di feretro, finto sacerdote, chierichetti, ed un seguito composto dalla vedova inconsolabile e dagli amici più intimi; questi ultimi invitano tutti a piangere disperatamente per la prematura fine: “chìangìte, u càrnevèle ì mùrte” (piangete, il carnevale è morto) e convincono i più renitenti con simpatiche trovate. Il Carnevale finisce la sera dell’ultima pentolaccia alla frase proclamata dal Caposala: “Cì Dì vòle a l’uanne ca vène” (se Dio vuole, ci vediamo il prossimo anno).
I primi due sabati di Quaresima (a volte anche le domeniche) nei festini prendono vita le serate dedicate alla Pentolaccia, originariamente chiamata: “La Pegnàte” (pignatta), un recipiente in terracotta. Gli stessi componenti del festino si ritrovano tra giochi e balli a rivivere il clima carnevalesco senza la presenza delle maschere.
In queste serate si festeggia quello che potrebbe essere identificato come un rito di ringraziamento o di riconoscenza. Pur non essendovi criteri fissi, la Pentolaccia del primo sabato potrebbe essere quella dedicata dai cavalieri alle dame o viceversa. La seconda, invece, potrebbe essere quella offerta dagli invitati al padrone di casa.
“La Pegnàte” viene per l’occasione riempita con ceci, caramelle, cioccolatini, oltre a qualche gradita sorpresa. I candidati alla “rottura” si avvicendano bendati e muniti di un bastone: essi devono individuare la collocazione della pentolaccia guidati dall’intensità del suo rumore mentre viene trasportata per la stanza e dalle urla dei presenti.
Una volta colpita e rotta, subito dopo se ne offre il contenuto a tutti coloro a cui la pentolaccia è dedicata.